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01 – INDICAM NEWS

Opere d’arte realizzate in multipli: alcune riflessioni

di Miriam Loro Piana, LCA Studio Legale

Se vi chiedessi di pensare a un’opera d’arte, sono abbastanza certa che vi verrebbe in mente un capolavoro di un autore più o meno noto, che avete ammirato esposta in un museo protetta da allarmi e sorvegliata a vista da guardasala in divisa. Dopotutto, di quella scultura o dipinto ne esiste una sola e va adeguatamente tutelata. Non è nemmeno un caso che “Ridateci la Gioconda” sia una delle frasi che gli italiani amano sempre rivolgere ai cugini francesi: è unica e, fino al prossimo tentativo di furto, la si può ammirare solo andando al Louvre.

Meno probabile, ma sono pronta ad essere smentita, è che abbiate associato il concetto di opera d’arte a qualcosa che esiste in più di un esemplare anche se, in realtà, non è così raro, soprattutto al giorno d’oggi grazie all’ausilio di strumenti tecnologici più o meno all’avanguardia. Per esempio, esistono molti artisti digitali, le cui opere sono create completamente attraverso strumenti informatici (e a volte rimangono in tale formato), mentre altri (per esempio, scultori) che si avvalgono di tool digitali per la progettazione di rendering di opere poi realizzate con tecniche di stampa 3D che, una volta realizzato il progetto potrebbero, in teoria, riprodurlo quante volte vogliono.

Parte tutto dalla scelta dell’artista, che fin dal momento dell’ideazione e produzione dell’opera, stabilisce quante ne esisteranno. Questa decisione è importante che venga svolta al momento della realizzazione dell’opera e delle sue edizioni, in quanto il valore delle stesse dipende molto dal fatto che l’artista si attenga alla decisione presa e, quindi, che il collezionista possa fare affidamento sul fatto che l’opera da questo acquistata consista in un esemplare fisico la cui stima di prezzo è basata, tra l’altro, anche sull’effettivo numero di esemplari dell’opera in circolazione.

Un esempio più classico è quello delle opere fotografiche. Che si parta da un negativo o da un file digitale, è l’artista che decide quante stampe esisteranno dello scatto, in che formati, con che tecnica stamparle e su quale carta.

Ma ci sono anche casi più peculiari di opere realizzate in multipli. Forse pochi sanno, per dirne una, che di “Comedian” – meglio nota come “la banana con lo scotch di Cattelan” presentata per la prima volta ad Art Basel Miami nel 2019 – ce ne sono tre, ognuna accompagnata dalle istruzioni per la “sostituzione” del frutto (che, essendo vero, è destinato a deperire) e dal relativo certificato di autenticità.

Quest’ultimo, chiamato comunemente anche “autentica”, è il documento che attesta l’originalità dell’opera, emesso direttamente dall’artista o dalla galleria che lo rappresenta ma comunque firmato da quest’ultimo, e che vale tanto quanto l’opera stessa, proprio per via della sua funzione di attestazione. È in questo certificato che, normalmente, nel caso di multipli, viene indicato il “numero di serie” associato allo specifico esemplare.

Come detto, in questi casi la quotazione resta fortemente condizionata da vari fattori, tra cui il loro stato di conservazione, ma il principio di “scarsità” vale anche nel caso in cui di un’opera esistano dei multipli. Ciò detto, la scalabilità di un’opera può far sì che esistano contestualmente sul mercato vari esemplari della stessa opera che “si somigliano”, ma comunque “pochi” nella loro individualità.

Prendiamo come esempio il famoso “Balloon Dog” di Jeff Koons. Consultando il sito della casa d’aste Christie’s si può vedere come solo tramite questo canale ne siano stati venduti circa un centinaio. Alcuni, di dimensioni più ridotte, sono multipli di serie da 2.300 pezzi, realizzati nella stessa tonalità di colore. Altri, invece, sono lavori mastodontici e, per quanto riproducenti sempre un palloncino plasmato per prendere le sembianze di un cane, sono considerate delle “unique version”, come nel caso del “Balloon Dog” più famoso (arancione, in formato 307.3 x 363.2 x 114.3 cm) venduto nel 2013 per più di 58 milioni di dollari, di cui esistono cinque esemplari, ma ciascuno in un colore differente (blue, magenta, orange, red, yellow): circostanza, questa, che rende ognuno di loro unico.

In altre parole, il soggetto è sempre lo stesso ma le scelte di produzione svolte dall’artista hanno fatto si che dello stesso “cagnolino” esistano sia dei multipli, sia delle opere uniche – con valori di mercato molto differenti.

Se a questi elementi si aggiunge una certa “semplicità estetica” che rende quest’opera qualcosa di immediatamente riconoscibile e in qualche modo (apparentemente) facile da interpretare e fruire, è chiaro come il risultato della somma di questi fattori renda questa tipologia di opera un bersaglio molto interessante per i contraffattori.

In questo specifico contesto, uso non a caso il termine contraffattori, e non falsari, proprio perché l’operato di questi soggetti, certamente improntato alla ripresa delle forme estetiche dell’opera originale, non è necessariamente quello di realizzare dei manufatti da presentare sul mercato come dei “falsi”, ovvero opere che assumono un determinato valore in quanto asseritamente riconducibili a Jeff Koons. È, infatti, più probabile che la riproduzione del “Balloon Dog” venga eseguita al fine di immettere questi esemplari all’interno di un circuito che non è quello del mercato dell’arte, ma dell’oggettistica di arredamento. Pur strizzando l’occhio alle forme “pop” dell’artista americano, in altre parole, l’obiettivo è quello di realizzarne in grandi quantità e venderli a prezzi “popolari”, sfruttando come traino della vendita la piacevolezza e rinomanza dell’estetica dell’opera originale, ma senza farla passare come tale.

Ciò detto, anche questa condotta (che in mancanza dell’elemento sopra richiamato non assurgerebbe alla fattispecie del plagio) è meritevole di censura, ovviamente, in quanto tenuta in violazione del diritto esclusivo dell’autore dell’opera di “moltiplicarla” (termine utilizzato dall’art. 13 della legge italiana sul diritto d’autore) “in qualunque modo o forma”.

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